L’ultima sigaretta, maledizione.
Mi ritrovo accovacciato tra fango e melma, infreddolito, stanco e disorientato; ho finito perfino le sigarette.
Metto l’ultima in bocca e scruto con lo sguardo l’orizzonte. Arriverà la preda, è così vicina.
In questa trincea di catrame pesante, viscoso e putrido sembra che il tempo si sia dimenticato del mio orologio e il mio vacuo mio sguardo si posa sulla radura imbiancata.
Vedo bambini giocare, cani, volatili, fiere d’ogni genere volteggiare verso il cielo creando una colonna d’arcobaleni…luce e fragore, risa, giochi e fiocchi.
Poi strizzo gli occhi e torno a vedere la realtà: un nero lago di liquame questo mio mondo, uno spiazzo torrido e desolato dove anche l’ultima speranza di sentire un fremito nel cuore è svanita; come l’uomo di neve, lasciato al tiepido sole di marzo, aspetta di tornare acqua, anche io mi lascio cadere ristagnante nel patetico loculo che mi sono creato, aspettando che qualcuno chiuda la bara.
Eppur combatto, so di combattere.
Ogni qualvolta la preda sia a tiro penso che infondo anch’io devo mangiare e mesto, zitto e fermo imbraccio il fucile, carico il colpo, la mira, il coraggio, devo sparare. Niente. Il colpo non parte.
Penso a quella vita, a tutte le altre vite e zittisco la canna, non osi urlare.
Ma come, non capisci che così morirai di stenti? Mi dico.
Certo, lo so…i morsi della fame verranno a prendermi di notte e mi trascineranno in un oblio di rantoli in cui i nervi si tendono all’infinito lasciano i muscoli intirizziti come rami di ciliegio dinnanzi alla bora; urla e unghiate sui muri, la morte verrà all’improvviso, mi prenderà per la gola affondando gli uncini malati nella mia carne imputridendola. La fine del perdente.
Devo impedirlo, devo sparare…il grilletto è di ghiaccio.
Cambio arma, innesco il cane della pistola, devo sparare, niente. Gli occhi si fermano sul languido timore che in me avvampa. Nessun tuono, anche questa è fallita.
Quanto durerà la mia guerra di trincea? È venuto il tempo ormai, la clessidra rilascia dall’alto gli ultimi suoi granelli dopo di ché, sarà la fine.
Rimettiamoci in posa, coperto dall’humus e dalle sterpaglie sorseggio l’ultima goccia di vodka.
Sigarette finite, alcol finito…il fucile bloccato, un solo colpo nella pistola.
È proprio la resa dei conti.
Oh dei, che avete voluto mettermi sul cammino questa prova, sperate di vedermi vittorioso, vero? Bene, perché se uscirò da questo tugurio voi sarete i prossimi, oh si; poco importa se sperate per me, sarete la preda del domani perché questa prova me l’avete messa con sgarbo e io, vi torno la stecca.
Tremerete dannazione, tremerete! Urlo queste parole stringendo i pugni fino a sanguinare, accecato dalle lacrime che s’affacciano al mondo violando la porta delle mie palpebre.
Ricaccio il cuore nel petto, il respiro nei polmoni…mi accuccio, s’attenda il tuono.
lunedì 21 dicembre 2009
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ve lo sputo in faccia così com'è.
RispondiEliminanon mi va di apporre correzioni e merletti al vomito della mia anima. a voi, fedeli lettori.
saluti
le vomitate senza fronzoli e merletti sono le mie predilette.. e questo tuo rigurgito d'anima è perfetto così, perché così è nato. sii freddo, controlla il respiro e spara a ogni cosa che si muove sgarbatamente davanti a te, se non ne gradisci il movimento e il fiato, se ti è in qualche modo ostile. spara a tutto quello che ti costringe con le spalle al muro. che si tratti di sostanza umana o divina, non importa. un guerriero sa che la loro morte è la sua vita. fai fuoco. ( ..e poi passami il fucile col grilletto ancora intriso del coraggio del tuo sparo! )
RispondiEliminaquanto è distante il mio animo da questo scritto… io non vedo prede da abbattere né dèi da sfidare o stuzzicare. la mia arma è l’introspezione, non una spada da indirizzare contro il cielo o un fucile da puntare contro anonime prede. la mia arma è una lama con cui mi rovisto dentro, mi scarnifico facendomi sanguinare. la mia combattività non è fatta di grida rabbiose, la mia combattività la sconto vivendo. e la sofferenza mi isola . e come dice il tizio del tuo scritto forse anch’io morirò di stenti, ma non per pietà per le prede. morirò di stenti perché ho scelto di nutrirmi del mio essere, trarre sostentamento da ciò che scorre nelle mie vene.
RispondiEliminaCalda Cera Sulla Lingua, La Tua anima Che Si Scioglie Imprigionata In Una Candela.
RispondiEliminaUna Crociata Pagana Per Espiare La Colpa, Mordicchiando L'Orecchio Della Redenzione.
Scossoni, Pensieri,
Oggetti, Sentimenti, Rabbia, Amore, Imbarazzo, Desiderio…
Un Abbraccio Mio Cantore.
questa era introspezione...rimestata con un racconto di epico carattere...
RispondiEliminacosì son fatto..penso, valuto, scelgo come agire...e spesso urlo, dir abbia, d'ardore...uno sfogo a quell'anima mia imprigionata.
grazie a tutti, a presto un nuovo segno...
saluti